Consapevole che la vita sia l’unica e sola chance di cui ciascuno dispone per lasciare il mondo un posto migliore di come l’ha trovato, ritengo sia un dovere morale mettere al servizio dell’universo le proprie abilità autentiche, le intuizioni geniali e la creatività avanzata attraverso solerzia, tenacia, amore e disciplina inflessibile.
Questa è ciò che considero la via maestra per condurre la propria esistenza con dignità, rendendo onore a sé stessi. Il presupposto che a questo punto sembra quasi scontato è approfondire la conoscenza di sé con coraggio e curiosità mostrando empatia verso gli altri mentre perseguiamo la nostra missione. Tutto ciò non è gratis, ma è conveniente pagarne il prezzo perché il rendimento di questo investimento è molto elevato ed è soprattutto garantito. Il prezzo dell’autoconsapevolezza è l’onestà e capitalizzarne i benefici consente di conseguire risultati longevi di gran lunga più efficaci di quelli ottenibili attraverso il suo antagonista, la disonestà. Nell’immaginario collettivo, non di rado l’onesto è considerato un ingenuo, un illuso, uno fuori dal coro, a volte persino una minaccia di fronte alla spregiudicatezza di chi è convinto che per affermarsi sia necessario calpestare i diritti degli altri.
Questa premessa mi permette di introdurre il primo dei tre dogmi su cui si fonda la mia filosofia di pensiero, il quale richiama la risposta che Gesù diede ai suoi discepoli quando questi gli chiesero come comportarsi: “Siate innocenti come colombe, ma furbi come serpenti”. Ecco spiegato il mio concetto di onestà; si può essere tattici, strategici e scaltri nel pieno rispetto degli altri. Il mio “onesto” è un individuo preparato e avveduto che investe nel suo pensiero e ne accresce a tal punto l’acutezza da creare valore per sé e per gli altri, in un meccanismo di reciproco scambio.
Questa premessa mi porta ad introdurre il mio secondo dogma: “Non è finita fino a quando è finita”.
Qualcuno potrebbe interrogarsi circa il senso della misura ovvero come poter riconoscere che è stato raggiunto il limite delle proprie possibilità. Qual è la metrica in grado di stabilire quando perseverare diventa diabolico? La mia risposta a questa domanda è: fintantoché esiste un modo onesto per conseguire il proprio obiettivo. Pertanto l’onestà è condizione necessaria, per quanto da sola insufficiente, a rispettare il secondo dogma, vediamo perché.
Una volta Michelangelo ha detto “Se sapeste quanto lavoro ci ho messo, non mi chiamereste genio”. Di fatto nell’immaginario collettivo il genio è concepito come colui che, baciato da qualche divinità altrettanto inverosimile, con il minimo sforzo è in grado di realizzare capolavori.
Se è vero – com’è vero – che noi diventiamo i pensieri che concepiamo, a mio avviso questo è un pensiero pericolosamente autolesionista.
Si tratta chiaramente di una interpretazione di convenienza in quanto permette ai più di giustificare a sé stessi il proprio immobilismo di fronte alle sfide più ardue, sottraendosi di conseguenza allo sforzo necessario a manifestare a pieno il genio che è certamente dentro sé.
Ecco che per quanto l’onestà sia un valore nobilitante e indispensabile per vivere alla massima espressione, da solo non è sufficiente a conseguire questo obiettivo. L’onestà permette di riconoscere a noi stessi il nostro talento e di agire all’insegna del rispetto degli altri, tuttavia occorre perseverare con irriducibile tenacia fino a quando è davvero finita, ovvero fino a quando constatiamo che non esiste più un modo onesto per fare meta.
E questa considerazione mi porta al terzo e ultimo dogma, la convinzione che “Comunque vada sarà un successo”.
Da sempre l’uomo è impegnato nella sfida contro l’incertezza insita nell’esito delle proprie scelte. Da sempre cerca di controllare ogni dinamica al fine di dominare l’imprevedibilità del futuro, e questo a volte va a scapito del talento del singolo. La frustrazione dovuta all’impossibilità dell’uomo di viaggiare in avanti nel tempo e alla privazione del genio, ha generato ciò che Hobbes chiama “la guerra di tutti contro tutti”. Così ci siamo abituati a puntare il dito contro chi manca l’obiettivo al primo colpo, in una costante caccia alle streghe, concependo fallimento ciò che invece è audacia, esperienza e opportunità di crescita. Ecco che preferiamo sempre più restare nella nostra zona di comfort per evitare di sperimentare il dolore emotivo di ciò che la società etichetta pubblicamente come fallimento. Abbracciare con fede e coraggio la teoria del “Comunque vada” ci permette di vivere in armonia con le nostre decisioni più importanti, dando libero sfogo all’eroe che dimora nell’anima, mentre ci gustiamo il viaggio attraverso le lenti dell’onestà, della perseveranza e del coraggio. Questo è già un successo.